Il formaggio e i vermi

Domenico Scandella detto Menocchio. I processi dell'Inquisizione (1533-1599)  

scritto e diretto da Tommaso Pitta

tratto dal libro “Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del '500"  di Carlo Ginzburg

con Federico Bonaconza

prodotto da Scuola d'arte drammatica Paolo Grassi

in collaborazione Compagnia BabyGand

costumi, scene e luci: Gabriele Amadori e Tommaso Pitta

sinossi

Nel 1583 - Menocchio ha 56 anni - il Santo Ufficio riceve una denuncia anonima in cui si accusa il mugnaio di avere pronunciato parole “ereticali et empiissime”. Menocchio viene processato e presto rinuncia a nascondere il proprio pensiero: le sue idee colpiscono talmente gli inquisitori che gli interrogatori si protraggono per oltre cento giorni; nessuno riesce a credere che egli non appartenga ad alcuna setta eretica né abbia avuto contatti con idee riformiste. Terminati gli interrogatori, su invito del Santo Ufficio Menocchio abiura, evitando così la condanna capitale: è condannato all’ergastolo e a numerose penitenze. Dopo due anni di carcere, al limite delle proprie forze e quasi delirante, supplica di essere scarcerato e di poter tornare dalla propria famiglia. Ottiene la grazia e torna alla sua casa, ma deve continuare a sottostare alle penitenze: tra le quali, vi è l’obbligo di portare l’abitello ereticale, così che tutti sappiano che è stato condannato per eresia. Evitato da tutti per il grande pericolo che comporta la familiarità con un eretico, Menocchio vivrà sempre più isolato. Fino a quando, quindici anni più tardi, non verrà denunciato di nuovo per avere pronunciato sboccate blasfemie in un’osteria. La recidività e la gravità delle offese renderanno inevitabile la pena capitale. 

Lo spettacolo si sviluppa nel dialogo tra Domenico – ammanettato, in piedi sopra una piccola e alta pedana quadrata, attorniato su tre lati dal pubblico (una sorta di patibolo in una pubblica piazza) – e la voce calma e impassibile dell’Inquisitore.

recensioni

“Interessante l’intreccio tra due linguaggi così distanti: l’attore che rappresenta filologicamente un condannato cinquecentesco (attraverso il costume di scena, il linguaggio, l’atmosfera evocata, quasi spettrale); l’inquisitore, solo una voce amplificata, che interviene per porre domande all’accusato ed esporre i giudizi. Nella volontà di voler narrare un fatto storico, elaborato con una chiara ed essenziale messa in scena (l’ambiente suggerisce nettamente la situazione di prigionia e cattura), siamo abilmente trasportati in quel mondo di assurdità e violenze; un credo religioso portato alle sue estreme conseguenze diventa insensatezza, politica, potere. Un angolo di mondo narrato in una stanza, come la rievocazione di un ‘Big Brother’ che controlla mente e corpo. Dove la libertà? Forse lo spettacolo si chiede proprio questo; forse la necessità di questa narrazione risiede in una riflessione sulla violenza e sul potere delle nostre menti, presentato sì nell’epoca dell’inquisizione, ma volto anche di un comportamento vicino anche alla nostra quotidianità. Una prova d’attore lungi dall’essere mera performance.” 

 

Rassegna Ubusettete, Chiara Fallavollita

 

 

“Un’ora di monologo interrotto solo dalla voce fuori campo, pacata ma affilata come una spada, dell’inquisitore, in cui si delinea, da un lato, la figura di un personaggio storico che, nella sua semplicità e disarmante schiettezza anticlericale, non a caso è assurto a simbolo dell’eresia e della persecuzione inquisitoria di quei secoli bui. E dall’altro fa emergere la bravura di un giovane attore, che per un’ora ti tiene inchiodato alla sedia con un testo, peraltro recitato in una sorta di gramelot vicentino che cattura (e fa riflettere, il che non guasta) sia per l’ottimo lavoro drammaturgico di Pitta ma anche per la straordinaria interpretazione che Federico Bonaconza, seppur costretto in una gogna, ne offre.”

Il Giorno, Luca Divo